NOTE FILOLOGICHE E LINGUISTICHE SULLA PARTE FINALE DEL VOLGARIZZAMENTO A DELLE MEDITATIONES VITAE CHRISTI NEL RICCARDIANO 1346

PHILOLOGICAL AND LINGUISTIC NOTES ON THE FINAL PART OF THE MEDITATIONES VITAE CHRISTI VERNACULAR TRANSLATION A IN THE MS. RICCARDIANO 1346

Diego Dotto*

Fechas de recepción y aceptación: 21 de enero de 2024 y 4 de marzo de 2024

DOI: https://doi.org/10.46583/specula_2025.12.1141

Riassunto: Il contributo discute alcuni elementi filologici e linguistici relativi al Riccardiano 1346, che testimonia in una forma rimaneggiata una parte del volgarizzamento A delle Meditationes vitae Christi. In particolare il codice riporta la sezione finale che manca nell’It. 115 della Bibliothèque Nationale de France, per cui esso è essenziale per completare la conoscenza di questo volgarizzamento.

Parole chiave: volgarizzamenti, Meditationes vitae Christi, latinismi.

Abstract: The article discusses some philological and linguistic elements relating to MS. Riccardiano 1346, which testifies in a reworked form to part of the Meditationes vitae Christi vernacular translation, designed as A in studies. In particular, the codex reports the final section that is missing in the MS. It. 115 of the Bibliothèque Nationale de France, so it is essential to complete the knowledge of this vernacular translation.

Keywords: Vernacular Translations, Meditationes vitae Christi, Latinisms.

1. Fortuna (e sfortuna) del volgarizzamento A delle Meditationes vitae Christi

Nell’ampio e intricato dossier relativo alla tradizione delle Meditationes vitae Christi (d’ora in poi MvC), una posizione particolare è occupata dal volgarizzamento A, con il codice che lo trasmette in modo prevalente, l’It. 115 della Bibliothèque Nationale de France, ben noto soprattutto a causa dell’originale e apprezzabile apparato iconografico che lo accompagna. Di recente il manoscritto parigino è stato oggetto di una monografia che, a partire dall’adozione di una prospettiva interdisciplinare che ha coniugato diversi approcci – storico-culturale, filologico, linguistico, paleografico, codicologico e storico-artistico –, ha cercato di fare luce su questo testimone approntando l’edizione del testo con la riproduzione integrale del suo apparato iconografico1. Con la sua semplice presenza, la monografia smentisce in modo definitivo alcune ipotesi che hanno sviato la comprensione e la valutazione del testo e del codice che lo tramanda: dallo status presunto di redazione originaria delle MvC, antecedente a quella latina, alla possibilità di una doppia redazione d’autore, in latino e in volgare2.

In particolare l’allargamento del testimoniale, con l’individuazione del Riccardiano 1346 e del Canoniciano it. 214 della Bodleian Library di Oxford, dei quali si è tenuto conto nell’edizione, ha permesso e permette ora sia di vagliare più efficacemente l’assetto testuale dell’It. 115 per le parti in comune, sia di conoscere la sezione finale, assente nell’It. 115 perché il codice, mutilo, si arresta a ridosso della fine del capitolo lxxv che contiene la meditazione sulla notte del Getsemani all’interno della sezione dedicata alla passione3. Per il primo punto, il Ricc. 1346 non ha consentito soltanto di correggere un buon numero di errori dell’It. 115, ma anche di evidenziare diversi segmenti testuali più conservativi rispetto all’It. 115, nel quadro di una fenomenologia attiva della copia che in verità riguarda entrambi i testimoni – seppur con un’incidenza leggermente maggiore proprio nel Ricc. 13464. Per il secondo punto, il Ricc. 1346 è codice unico per i capitoli lxxxi-cviii, per cui la conoscenza della sezione finale del volgarizzamento è affidata soltanto a questo testimone5. Se ne ricava che, per i fattori richiamati sopra, una ricostruzione organica e integrale non è al momento possibile a causa del profilo redazionale caratteristico di ciascun testimone, per cui si è ritenuto opportuno pubblicare in un’altra sede la sezione finale6. D’altra parte il Ricc. 1346 è latore del volgarizzamento A nel quadro di una profonda rielaborazione a livello strutturale, come si vedrà nel paragrafo che segue, in cui si metteranno a confronto i due testimoni.

2. Il volgarizzamento A nel Ricc. 1346 alla luce dell’It. 115: le divergenze strutturali

I due testimoni del volgarizzamento A presentano un solo elemento in comune, l’area linguistica di provenienza, Pisa. Infatti l’It. 115 è databile entro la prima metà del secolo XIV, probabilmente intorno agli anni Trenta, è un libro dedicato alle sole MvC, ma è mutilo presentando una lacuna materiale che naturalmente è impossibile da determinare. Ciò che è certo è che il progetto dovette incontrare delle difficoltà di realizzazione, come è provato dallo stato non finito dell’apparato illustrativo e dagli spazi lasciati in bianco per il corredo iconografico. È il frutto della collaborazione tra più copisti, sia essa organica – prevista ab origine o intervenuta strada facendo – o avvenuta a posteriori, in cui ad ogni modo spicca il ruolo della mano α, che è tra l’altro anche responsabile delle didascalie e delle note per le illustrazioni7. Viceversa il Ricc. 1346 è scalato da un punto di vista cronologico alla fine del sec. XIV, e soprattutto è il prodotto di una sola mano. È miscellaneo, perché contiene più testi, e testimonia i capitoli delle MvC in modo “completo” rispetto al progetto di libro del codice, ma con cospicui tagli e soprattutto con un diverso ordinamento della materia. Qui il contenuto:

1)Simone da Cascina, Colloquio spirituale, cc. 1ra-78ra

c. 1ra: Incomincia lo Colloquio spirituale di maestro Simone da Cascina dell’ordine de’ frati predicatori di Pisa; c. 78ra: Finiscie lo Colloquio spirituale di maestro Simone da Cascina de l’ordine de’ frati predicatori pisano etc.

2)Volgarizzamento A delle Meditationes vitae Christi, cc. 78rb-167ra

2a)c. 78ra: Qui incominciano certe meditassione spirituale e devote. Imprima come la prima parte della vita attiva va innanti a la contemplattiva.

2b)c. 99va: Dell’aprimento de· libro in della sinagogha. Luca .iiij°. Capitulo .xviij.; c. 167ra: Queste cose dice beato Bernardo.

3)Volgarizzamento di un’omelia pseudo-origeniana su Maddalena, cc. 167ra-171vb (mutilo)

c. 167ra: Homelia di Horigiene di Maria Madalene cercando Iesu resucitato. In illo tempore stabat ad monumentum foris plorans. Dum ergo fleret inclinavit se et prospexit in monumentum. Et reliqua.

Il codice contiene tre testi nella prospettiva moderna, ma potrebbero essere quattro nella prospettiva del redattore che ha assemblato il manoscritto (o il suo modello). In exergo si trova il Colloquio spirituale del domenicano Simone da Cascina, figura di spicco del convento di Santa Caterina a Pisa a cavallo dei secoli XIV e XV. Il Colloquio è un’esposizione a più voci della messa con la trasposizione di varie fonti latine. La partitura dialogica prevede quattro voci, Simone, maestro di teologia, cui compete la parte dottrinale del trattato, la religiosa Caterina (con un ruolo minore, cui è affidata la formulazione delle questiones), il fraticello, cui compete l’elaborazione delle diverse allegorie, le “fantasie”, e la monachetta, cui è affidato il discorso mistico. Come nota l’editrice Fausta Dalla Riva (1982, pp. 12-13), l’opera doveva essere indirizzata a una comunità religiosa femminile, anche alla luce dell’articolazione a più voci, in cui quelle maschili non dialogano quasi mai tra loro.

Ora “questo piccolo capolavoro della letteratura domenicana”8 della fine del XIV secolo è seguito dal volgarizzamento A delle MvC, che è un altro capolavoro ma della letteratura francescana, in una forma testuale radicalmente mutata. Pertanto il codice fonde materiali elaborati in àmbito domenicano e francescano.

Al Colloquio segue nella colonna successiva (il cambio di colonna avviene anche nel passaggio dal primo al secondo libro del Colloquio) il trattatello sulla vita attiva e contemplativa delle MvC (capitoli xlvi-lviii), di fatto mascherato da un incipit apparentemente generico: Qui incominciano certe meditassione spirituale e devote. In realtà la rubrica posta quasi al centro del libro identifica perfettamente il senso ultimo dell’operazione alla base della confezione del Ricc. 1346, sotto il segno della spiritualità e della devozione. Al trattatello segue con le stesse modalità di passaggio, cioè con il cambio di colonna, il capitolo xviii delle MvC secondo la numerazione latina (identica a quella del volgarizzamento), che segna l’inizio della vita pubblica di Gesù con l’apertura del rotolo e la lettura di Is 61, 1-2 nella sinagoga di Nazaret. Il testo prosegue fino alla conclusione delle MvC, ma con significative lacune, in quanto sono omessi i capitoli xxx, xlv e soprattutto lxxv-lxxx, vale a dire la sezione relativa alla passione di Cristo.

Si aggiunga che le due omissioni più importanti, quella relativa ai primi capitoli dell’opera (i-xviii con il prologo) e quella relativa alla passione, sono giustificate da parte del redattore che ha assemblato il codice (o il suo modello)9.

Infine, per rimarcare la coesione interna del Ricc. 1346, va ricordato che anche l’ultimo testo, il volgarizzamento dell’omelia dello pseudo-Origene su Maria Maddalena (Homelia di Horigiene di Maria Madalene cercando Iesu resucitato), è oggetto di citazione esplicita nel capitolo lxxxiii delle MvC, giusta la centralità della figura della Maddalena nell’opera.

3. Per un profilo traduttologico: ricostruzione e completamento di alcune traiettorie lessicali

Il completamento dell’edizione del volgarizzamento A con la parte finale permette di sondare integralmente l’evoluzione del lessico di traduzione, pur con l’avvertenza che il profilo redazionale di ciascun testimone rende comunque ogni ipotesi sulle effettive scelte lessicali del volgarizzatore soggetta a un margine di incertezza.

Analizzerò due casi emblematici che riguardano parole-chiave del lessico delle MvC: penuria e la famiglia di exinanire.

3.1. Un cortocircuito traduttivo: la resa “pseudoetimologica” del lat. penuria

Il lat. p(a)enuria ha già nel latino classico il significato di ‘mancanza’, ‘scarsità’, ‘carestia’ ed è connesso a paene ‘quasi’, ‘non abbastanza’, da cui deriva anche paenitere secondo la trafila ‘non avere abbastanza’ > ‘rammaricarsi’, ‘rimpiangere’, ‘essere scontento’ (cfr. TLL s.v. paenuria e EVLI s.v. penuria). Nella galassia di parole che indicano la povertà nelle MvC, penuria è documentata nove volte sempre nel significato di ‘scarsità (di beni)’ e compare spesso accoppiata o ravvicinata a afflictio / tribulatio e ovviamente a paupertas. Si tratta della penuria in cui vissero Francesco e Chiara (poteris inuenire quomodo in multis tribulacionibus penuriis et infirmitatibus, non solum pacientes sed hilares existebant Prol.), ma si tratta soprattutto della penuria in cui Gesù nacque (Audistis in natiuitate quantam affliccionem et penuriam habuerit viii; quia ad tantam paupertatem, uilitatem et penuriam natus est cv) e visse con la famiglia negli anni in Egitto (pro se et matre et nutricio suo sic paupertatem arctam elegerit ut in tanta penuria uixerint xiii; Penurias magnas, labores arduos et afflicciones corporis constantissime assumpsisti xiii), e che praticò durante la vita pubblica (ipse non solum penuriam paupertatis sed eciam eius opprobrium assumpsit xliv), cui si oppone la penuria in cui rischia di vivere il “tu” a cui si rivolge l’autore se la povertà non è fatta propria e desiderata con il cuore, ma solo accettata esteriormente (Nam si rerum penuriam exterius pateris xliv).

Di fronte al problema di rendere il lat. penuria, il volgarizzatore mostra un’evoluzione che dà conto chiaramente di un lessico che non è già formato, ma che si costruisce nel corso dell’attività di traduzione10:

potrai trovare come in molte tribulatione, penurie e infermitade non solamente patienti ma allegri stavano… (Prol.12)

Udisti in de la nattività quanta afflictione e disagio ebbe. (viii.5)

per sé e per la madre e per lo bailo suo abbia electa così strecta povertà e visse in tanta penalitade. (xiii.15)

Pene grande, affanni malagevil[i] e afflitione di corpo fermissimamente riceveste. (xiii.18)

Nei primi due contesti il volgarizzatore oscilla tra la ripresa passiva del modello con l’introduzione del latinismo penuria e l’equivalente volgare disagio. A partire dal terzo contesto elabora un’altra soluzione che si rifrange in due lessemi corradicali, penalità e pena, a cui rimarrà fedele fino all’ultima occorrenza del lat. penuria, testimoniata in questo caso dal solo Ricc. 1346, in uno dei capitoli finali dell’opera:

Degna è ancora la Pasqua della nattività sua, ma quella fue ad nostra allegressa, ma a llui fue d’avere compassione, perciò che a tanta povertade, viltade e penalitade nacque. (cv.68)

Magnum eciam Pascha natiuitatis eius: sed et id nobis. Nam sibi compaciendum est, quia ad tantam paupertatem, uilitatem et penuriam natus est. (cv)

Per valutare un simile comportamento, che si rifrange in quattro soluzioni, penuria (1), disagio (1), penalità (3) e pena (4), secondo una tendenza coerente nella seriazione dei traducenti, proverò a incrociare i dati di attestazione ricavabili dal Corpus OVI e dal TLIO con quelli estraibili dal Corpus LatVolg, che permette d’interrogare una parte consistente dei volgarizzamenti del Corpus OVI a partire dal modello latino di partenza, anche remoto come nel caso delle traduzioni con intermediario francese. Partirò proprio dal Corpus LatVolg, indicando in ordine cronologico prima gli equivalenti volgari (a), poi le attestazioni del prestito penuria, documentato solo nella resa con intensificazione gran penuria (b.1) o in dittologia (b.2), infine le perifrasi (c)11:

a)Equivalenti volgari:

(grande) povertà att. in: Albertano volg., 1275 (fior.): penuriam > povertà; Trattati di Albertano volg., a. 1287-88 (pis.): penuriam > povertà; Leggenda Aurea, XIV sm. (fior.): aque penuriam > grande povertà d’acqua.

fame att. in Bono Giamboni, Orosio, a. 1292 (fior.): in magnam penuriam pestilentiamque > in grande fame e pistolenzia; Bono Giamboni, Vegezio, a. 1292 (fior.): penuria quam pugna consumit exercitum > la fame più che la battaglia l’oste consuma; penuria maceratur > per fame macerato; ne penuria obprimeret armatos > acciocchè non periscano di fame gli uomini da battaglia; Cassiano volg. (A), XIII ex. (sen.): penuriam > fame; Ciampolo di Meo Ugurgieri (ed. Lagomarsini), 1315/21 (sen.): penuria > la fame; Valerio Massimo, red. V1, a. 1336 (fior.): ad ultimam penuriam > all’ultima fame.

difalta att. in Bono Giamboni, Orosio, a. 1292 (fior.): propter aquarum penuriam > per difalta d’acqua.

carestia att. in Bart. da San Concordio, Giugurtino, a. 1313 (pis.>fior.): penuria aquarum > carestia d’acqua; penuria aquae > per la carestia dell’acqua; Filippo da S. Croce, Deca prima di Livio, 1323 (fior.): penuria frumenti > della biada… carestia.

difetto att. in Bart. da San Concordio, Giugurtino, a. 1313 (pis.>fior.): penuria liberorum > difetto che avesse di figliuoli; pabulum et aquarum fontis, quorum penuria erat > la pastura… e le fontane dell’acqua, delle quali v’era assai grande difetto; Filippo da S. Croce, Deca prima di Livio, 1323 (fior.): penuria mulierum > difetto di femine; penuriam hominum > difetto di gente; Valerio Massimo, red. V1, a. 1336 (fior.): in maxima pariter et pecuniae et defensionis penuria > in grande difetto igualmente di moneta e di difensione; penuria > difetto di vittuaglia; Accurso di Cremona, 1321/37 (mess.): in maxima pariter et pecuniae et defensionis penuria > pir defectu et di la munita et eciandeu di defensiuni; penuria > defectu di vitaliu; ad ultimam penuriam > ad ultimu defectu.

pochezza att. in Bart. da San Concordio, Giugurtino, a. 1313 (pis.>fior.): penuria rerum necessariarum > per la pochezza delle cose necessarie.

disagio att. in Filippo da S. Croce, Deca prima di Livio, 1323 (fior.): penuria rerum omnium > disagio di tutte le cose; Vang. venez., XIV pm.: haec vero de penuria sua omnia quae habuit misit > questa bona femena i à metudo de lo desaxio tuto ço che ella aveva.

dischiesta att. in De amicitia volg., red. A, a. 1330 (tosc.): magna penuria > gran dischiesta; De amicitia volg., red. B, a. 1330 (fior.): magna penuria > grande dischiesta.

inopia att. in Alberto della Piagentina, 1322/32 (fior.): penuriae fuga > per fuggire la inopia.

necessità att. in Deca quarta di Tito Livio, a. 1346 (fior.): summa penuria erat > era somma necessità; Deca terza di Tito Livio (B, L. III-IV), XIV m. (fior.): penuria frumenti > necessità di frumento; propter penuriam argenti > per la necessità de l’argento.

caro att. in Deca terza di Tito Livio, XIV m. (fior.): penuriamque omnium rerum > e caro d’ogni cosa.

b)Prestito:

b.1)gran penuria att. in Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342: per penuriam > per la gran penuria; per penuriam > la gran penuria; penuria rerum omnium > la gran penuria de tute le cosse; cum penuria > con gran penuria.

b.2)penuria in dittologia att. in Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342: penuria rerum corporalium > la penuria de l’aver del mondo e ’l desasio grande e la povertae d’i ben del corpo; Neminem laedi volg., XIV (tosc.): penuria rerum corporalium > la penuria, e la povertà delle cose temporali; per penuriam > per la penuria e disagio delle cose necessarie; penuria rerum omnium > la penuria e povertà di tutte le cose; cum penuria > colla penuria e disagi della povertà (a tale tipologia si potrà ricondurre anche Neminem laedi volg., XIV (tosc.): per penuriam > per penuria della povertà).

c)Perifrasi:

Att. in Bono Giamboni, Vegezio, a. 1292 (fior.): aquae penuria obsit > deesi guardare che acqua venire non possa meno; Andrea Cappellano volg. (ed. Ruffini), XIV in. (fior.): penurias adiuvare > servire quand’è bisogno.

Come già detto sopra, nel volgarizzamento A il primo traducente corrisponde alla riproposizione inerziale del modello latino con l’introduzione del prestito penuria: si tratta di una soluzione che potrebbe sembrare apparentemente facile, ma che in realtà si rivela assai marcata rispetto alla documentazione italiana antica, rappresentando, a mio avviso, una spia significativa di un dato storico-culturale. Infatti limitatamente ai volgarizzamenti del Corpus LatVolg, la parola occorre solo in dittologia (b.2) con povertà e/o disagio, due degli equivalenti volgari schedati in (a), o da sola ma sempre nel sintagma con intensificazione gran penuria in un testo periferico come la Parafrasi pavese del Neminem laedi, in cui peraltro la prima attestazione del lat. penuria è tradotta con una trittologia ‘penuria + (grande) disagio + povertà’ (b.2)12. Se si allarga lo sguardo al di fuori del Corpus LatVolg e si esaminano le attestazioni del Corpus OVI e l’analisi semantica offerta nel TLIO13, il lessema si configura come una rarità lessicale limitata a determinate tradizioni discorsive o a determinati ambienti socio-culturali:

n. occ.

abbreviazione titolo

1

Meditaz. vita Cristo volg. (A, Par. It. 115), XIV pi.di. (pis.)

1

<Ottimo, Purg., a. 1334 (fior.)>

1

Guido da Pisa, Fiore di Italia, a. 1337 (pis.)

5

Parafr. pav. del Neminem laedi, 1342

1

Boccaccio, Esposizioni, 1373-74

3

Agostino da Scarperia (?), Città di Dio, a. 1390 (tosc.)

1

Lett. prat., p. 1391 (?)

1

Filippo degli Agazzari, Assempri, p. 1397 (sen.)

1

Poes. an. tosc. or., XIV

5

Neminem laedi volg., XIV (tosc.)

2

Gid. da Sommacamp., Tratt., XIV sm. (ver.)

1

Orazioni ver., XIV u.q.

2

Lett. fior./prat., 1406

3

Bibbia (01), XIV-XV (tosc.)

1

Bibbia (02), XIV-XV (tosc.)

1

Bibbia (04), XIV-XV (tosc.)

3

Bibbia (05), XIV-XV (tosc.)

Proprio ad ambienti religiosi sono da ricondurre (casualmente?) le uniche tre occorrenze in testi di carattere pratico, in due lettere a Francesco di Marco Datini, la prima, probabilmente non autografa, della badessa di Santa Chiara a Prato, Cilia di Francesco di Stefano di Bernarduccio Barcosi, sulla ricostruzione del monastero a séguito del crollo della torre campanaria, la seconda di Francesco di Iacopo Pucci, guardiano di San Francesco, quindi entrambe di ambiente francescano14:

sommi diliberata al tucto di rifarla, gravando le mie monache ogniuna secondo sua possibilità, ponendo mano alle possesioni del munistero; e, con molta nostra penuria, abbiamo fatto questo cotanto, ed ancora nonn è pagato tucto. (Lett. prat., p. 1391 (?))

considerato questo vostro convento essere in somma penuria e bisogno di vino, come per altra volta vi ragionai… (Lett. fior./prat., 1406)

Di che, tornando ’l guardiano, mi disse avavate scritto a Barçalone gli prestasse fior. X, di che fu’ io molto allegro, perché con quelli ci sollevavata [sic] la nostra penuria e povertà. (Lett. fior./prat., 1406)

Viceversa non è certo casuale il ricorso a penuria nei volgarizzamenti di àmbito religioso a fronte non soltanto del lat. penuria, ma anche di altri sinonimi come inopia, ariditas e egestas, per cui alla riproposizione del prestito si sostituisce un altro latinismo ugualmente marcato15:

E allora crebbono e spesseggiarono tante guerre, che, per la penuria delli cavalieri, quelli altri del popolo che attendevano a generare figliuoli, non potendo per questo cavalcare e militare, e però si chiamavano proletarii cioè generatori di figliuoli, furono constretti ad andare in milizia. (Agostino da Scarperia (?), Città di Dio, a. 1390 (tosc.), L. 3, cap. 17, vol. 2, p. 62) || Cfr. Aug., De civ. Dei, III, 17: “inopia militum”

E sopra di questo la fame è tra loro e non hanno che mangiare, e per la penuria dell’acqua sono quasi morti. (Bibbia (04), XIV-XV (tosc.), Gdt 11, vol. 4, p. 589) || Cfr. Iudit 11, 10: “et ab ariditate aquae iam inter mortuos conputantur”

La penuria sarà data da Dio alla casa dell’empio; ma gli abitacoli de’ giusti saranno benedetti. (Bibbia (05), XIV-XV (tosc.), Pr 3, vol. 5, p. 613) || Cfr. Prov 3, 33: “egestas a Domino in domo impii habitacula autem iustorum benedicentur”

Nei testi di àmbito non religioso o almeno non strettamente religioso, penuria entra come latinismo di livello culturale alto, come per es. in Guido da Pisa o in Boccaccio:

che li Sanesi, però che hanno difetto di pozzi vivi, si sono molto affaticati per trovare questo fiume, acciò che la cittade avesse abondanzia d’acqua, delle quali hae penuria… (Ottimo, Purg., a. 1334 (fior.), c. 13, p. 238)

Maria morì prima; e, sepulta che fu insù uno monte, c’à nome Sin, e, pianto ch’ebbeno XXX dì, lo populo avendo penuria d’acqua e correndo addosso a Moise ed Aaron, disse Dio a loro… (Guido da Pisa, Fiore di Italia, a. 1337 (pis.), cap. 40, p. 101)

dove vedi granai pieni, come appo li ricchi si veggono, che quivi sia abondanza grandissima; dove in contrario, essendo le menti vòte, sì come l’avarizia procura, v’è fame e gran penuria d’ogni bene… (Boccaccio, Esposizioni, 1373-74, c. VII (ii), par. 21, p. 414)

Et eciamdeo se caso fosse che tanto fosse la penuria de una parola consonante nelo soneto, osia rithimo, mandado, ch’el non se trovasse simile parola consonante… (Gid. da Sommacamp., Tratt., XIV sm. (ver.), cap. 8, parr. 5-6, p. 154)

In margine si segnaleranno le scarse occorrenze in poesia, con una funzione simile16:

e per tali fo posto in croce / il bon Cristo. / Qual he più pravo e tristo / fi exaltato, / ne la sua curia / el bon fi suffocato / con gran furia / tanto vige la penuria / del peculio… (Poes. an. Più e più volte, 1391 (tosc.-pad.), v. 45, p. 250)

“Cognoscimento aver di lui non posso / si pur un dì dal vino i’ mi guardasse: / cotal errore da me sia remosso / a ciò che nel su amor i’ non mancasse, / vorri’ che m’ansegnasse, - si vòi per cortesia, / di cotal penuria / che piacer n’ài, o che dilectamento?”. (Poes. an. tosc. or., XIV, [88], v. 72, p. 92)

Fin in Toscana con la lor potença / gli condurranno per monte e per basso, / sança penuria, sança sete e famme, / trovando per cavagli spelta e stramme”. (Gid. da Sommacamp., Tratt., XIV sm. (ver.), cap. 13, par. 14, comp. 78, v. 77, p. 180)

Il passaggio dalla riproposizione passiva del modello all’introduzione di un equivalente volgare avviene con disagio, prestito dal fr. ant. desaise, ben documentato in italiano antico e fornito di un ampio spettro semantico, che comprende anche il significato di ‘mancanza’, ‘scarsità’. Oltre agli esempi schedati in (a), in due volgarizzamenti che passano attraverso un intermediario francese, si vedano almeno le due attestazioni in Dante e Boccaccio17:

Non era camminata di palagio / là ’v’ eravam, ma natural burella / ch’avea mal suolo e di lume disagio. (Dante, Commedia, a. 1321, Inf. 34, vv. 97-99, vol. 1, p. 594)

“Oimè!” disse la donna “dunque hai tu patito disagio di denari? o perché non me ne richiedevi tu? Perché io non abbia mille, io n’aveva ben cento e anche dugento da darti… (Boccaccio, Decameron, c. 1370, VIII, 10, p. 578)

Ma il comportamento più significativo, che fa sistema con il prestito d’inerzia penuria, è l’uso di pena e penalità negli altri sette contesti. Si tratta di un traducente del lat. penuria documentato, almeno a mia conoscenza, solo nel volgarizzamento A, per la buona ragione che pena e penalità non hanno il significato di ‘scarsità’. Dalla lista dei testi in cui è attestato il lessema penalità nel Corpus OVI, si ricava che si rintraccia specificamente nella prosa religiosa, nell’omiletica e nella trattatistica, e in misura minore in poesia, ma sempre di àmbito religioso (Jacopone e Bianco da Siena), nel significato di ‘punizione’, ‘castigo’, ‘sofferenza’, ‘disagio’:

n. occ.

abbreviazione titolo

2

Jacopone (ed. Ageno), XIII ui.di. (tod.)

5

Giordano da Pisa, Avventuale fior., 1304-1305 (pis.>fior.)

2

Giordano da Pisa, Pred. Genesi, 1309 (pis.)

3

Giordano da Pisa, Prediche, 1309 (pis.)

2

Meditaz. vita Cristo volg. (A, Par. It. 115), XIV pi.di. (pis.)

3

Simone Fidati, Ordine, c. 1333 (perug.)

2

Cavalca, Esp. simbolo, a. 1341 (pis.)

3

Teologia Mistica, 1356/67 (sen.)

1

Sposiz. Pass. s. Matteo, 1373 (sic.)

1

Francesco da Buti, Par., 1385/94 (pis.>fior.)

4

Bianco da Siena, 1370-99 (sen.)

Credo che il significato di ‘scarsità’ derivi in parte da un cortocircuito “pseudoetimologico”, per cui il lat. penuria, connesso a paene, è attratto dalla famiglia di poena a causa dell’identità fonetica, in parte dalla contiguità tra le due aree semantiche della ‘povertà’ e della ‘sofferenza’, che in verità sono ben distinte nei testi, ma che un volgarizzatore di modesto livello culturale poteva confondere:

Per te lasso riccheze - e prendo povertate, / forte penalitate, - lassando onne deletto… (Jacopone (ed. Ageno), XIII ui.di. (tod.), 65, vv. 123-124, p. 270)

E questa sua humiliatione si mostra in tre cose, cioè che prese la nostra povertà, la nostra penalità, la nostra vilità. (…) Prese la nostra penalità in ciò che nacque con tutte quelle miserie che gli altri garzoni. Intendete bene, cioè di fame e di sete, di freddo e di caldo, di duolo e di pene e di pianto, imperò che Cristo nacque oggi piagnendo come nascono gli altri fanciulli, ché dice sancto Leone papa che non si volle in ciò dagli altri divisare e qui mostrò come questo mondo non è d’allegreza, anzi è pieno di miseria, di tribolo e di battaglia, tutto ’l tempo de la vita de l’homo. E questo si mostra che entriamo con pianto e con pianto usciamo. (Giordano da Pisa, Avventuale fior., 1304-1305 (pis.>fior.), 15, pp. 241-242)

Lo primo capitolo di questa seconda parte della Vita Cristiana si è: della conformità che dovemo avere con Cristo corporalmente in povertà, in viltà e in penalità. (Simone Fidati, Ordine, c. 1333 (perug.), pt. II, cap. 1 rubr., p. 651)

L’accostamento è frequente anche nelle MvC come si ricava dagli esempi citati sopra (cfr. in particolare Prol.12, viii.5, xiii.18), ma nel dettato del volgarizzamento A si arriva a tradurre anche egestas per continuità con la resa di penuria con pena, significativamente all’interno della dittologia pena e necessità. Qui la citazione estesa del passo di cui in precedenza avevo dato solo un segmento, in cui ho evidenziato la progressione da pena (1) a necessità (3) attraverso la resa dittologica (2)18:

Optimamente vi puoi collocare la professione de la povertade se tu consenti col cuore. Se tu patisci di fuor pena(1) de le cose, però che forsi non abbondi come la sensualità vorrebbe, abbi dentro cupiditade, non pió che biçogno sia, con diliberato animo desidera. Non vivi in povertade, ma in pena e necessità(2), però che non è questa povertà vertuosa e meritoria, ma necessitade(3) faticosa e sensa merito. (xliv.11-12)

Optime ergo professionem paupertatis imitaris, si corde consentias. Nam si rerum penuriam(1) exterius pateris quia forte non abundas ut sensualitas vellet, interius autem cupiditatem habeas, et plus, quam necesse sit, deliberato animo appetas: non vivis in paupertate, sed in egestate(2); quia non est haec paupertas virtuosa et meritoria, sed egestas(3) laboriosa et demeritoria.

3.2. I traducenti della famiglia del lat. exinanio e la possibile ricostruzione di un hapax (con una palinodia)

Una rielaborazione dei materiali lessicali del modello è riconoscibile anche nella traiettoria che tracciano i traducenti del lat. exinanio e del derivato exinanitio, termini ricorrenti nelle MvC per indicare la riduzione alla condizione umana di Cristo con l’incarnazione, secondo un’accezione tecnica della parola presso gli autori cristiani antichi e medievali a partire da Phil 2, 7 (sed semet ipsum exinanivit formam servi accipiens in similitudinem hominum factus et habitu inventus ut homo)19. Offro qui prima gli esempi dei traducenti di exinanio nel volgarizzamento A per la parte edita secondo l’It. 115:

la paraula de l’Apostulo che dice: “Anicchilóe sé medesmo prendendo la forma del servo”… (xv.27)

uerbum Apostoli, dicentis: Exinaniuit semetipsum formam serui accipiens… (xv)

Annicchilaste voi medesmo piglando la forma del servo e non quella del re. (xvi.9)

Exinanistis uos ipsum, sumendo formam serui, non regis. (xvi)

Véi come multo sia disceso, quanto da la potentia sua e quanto abbia apicciulato sé medesimo dalla sapientia. (xxxv.54)

Vides quam multum descendit, quantum a potentia sua, quantum a sapientia exinaniuerit semetipsum? (xxxv)

Occorre subito avvertire che nel terzo esempio il Ricc. 1346 reca anicchilato in luogo di apicciulato, che ha buone probabilità di essere la lezione originaria perché è più economico ipotizzare che l’It. 115 abbia introdotto il sinonimo orientato in senso volgare. Per i criteri di emendamento dell’edizione, la lezione apicciulato sarebbe dovuta comunque rimanere a testo perché non è un errore ma un’innovazione che rientra nel profilo redazionale del codice. Viceversa per i criteri di costituzione dell’apparato, che segnala le lezioni verosimilmente più conservative del Ricc. 1346, la lezione sarebbe stata da registrare, per cui lo segnalo qui in forma di palinodia.

Nella sezione finale monoattestata del Ricc. 1346, exinanio è documentato due volte, in un caso è tradotto con l’equivalente volgare appicciulare, aderendo quindi all’innovazione dell’It. 115 in xxxv.54, in cui però è decisiva la cooccorrenza con il deverbale exinanitio che è reso con il crudo latinismo esinanizione – lezione peraltro congetturale, come si vedrà in séguito –, nell’altro caso con il latinismo esinanire glossato con la perifrasi fare picciulo:

Non fue sempricie né picciola l’eçinanissione di Cristo, ma sé medesmo apicciuló infine alla carne, infine alla morte, infine alla croce. (lxxxib.18)

Non simplex aut modica Christi exinanitio fuit; sed semetipsum exinaniuit usque ad carnem, ad mortem, ad crucem. (lxxxi)

E quine là ove tu t’exinanisti, ciò è ti facesti picciulo, ove ti spogliasti delli naturali raççuoli, lume che non vieni meno, quine maggiormente rispre[n]dette la pietade, quine rilucette più la carità, qui la grasia più fece inluminassione. (cviii.31)

Etenim ubi te exinanisti, ubi naturalibus radiis lumen indeficiens exuisti, ibi pietas magna emicuit, ibi caritas plus effulsit, ibi amplius gratia radiauit. (cviii)

I due loci si possono considerare paralleli e sono la testimonianza di una medesima dinamica anche se costruita con mezzi retorici differenti: i latinismi esinanizione e esinanire sono infatti introdotti ma spiegati in forma implicita e contestuale nel primo caso, in forma esplicita con l’ausilio della glossa nel secondo caso. Per valutare questa parabola, che passa dal latinismo annichilare di grado medio a quello di grado estremo come esinanire ma spiegato con gli equivalenti volgari appicciulare / fare picciulo, provo ad incrociare alcuni dati estraibili dal Corpus OVI e dal TLIO intorno a exinanio e in particolare a Phil 2, 720:

come dice s. Paolo, esinanì ed umiliò se medesimo, e prese forma di servo in verità di umana natura, e in tutto, e per tutto si volle assomigliare agli uomini, prendendo tutte le sue miserie eccetto la colpa, diventando non solamente fratello, ma servo di tutti. (Cavalca, Esp. simbolo, a. 1341 (pis.), L. 2, cap. 1, vol. 2, p. 141)

come dice s. Bernardo, intollerabile impudenza, cioè svergognamento si è, che, ove la divina maestà si esinanitte, e avvilì, insuperbisca, e invanisca l’uomo, che è un vermicello. (Cavalca, Esp. simbolo, a. 1341 (pis.), L. 2, cap. 1, vol. 2, p. 145)

Iesu Cristo essendo Iddio, essinianì e annullò sè medesimo, prendendo forma di servo ed abito d’uomo; cioè la carne della natura umana… (Jacopo Passavanti, Tratt. umiltà, c. 1355 (fior.), cap. 4, p. 256)

dove, o Jesù, t’annichilasti tu, dove ti spogliasti tu de’ naturali razzi, dove risplendette piùe la pietade, dove s’aperse più la caritade, dove abbondò più la larghezza… (Leggenda Aurea, XIV sm. (fior.), cap. 51, Passione G. Cristo, vol. 2, p. 454) || Cfr. Legenda aurea, li, 158: “Etenim ubi te exinanisti, ubi te naturalibus radiis exuisti”.

Questa alta e inextimabile humilità di Christo si fu sì medesemo exenanire, çioè parvificare e di grande farse picolino. (Girolamo da Siena, Pistole, XIV/XV (tosc.>ven.), 15, p. 334)

Un quadro simile potrebbe essere riassunto schematicamente nel modo che segue:

latinismo “forte”

latinismo “debole”

eq. volg.

esinanire

annichilare

annullare

 

parvificare

fare piccolino

appicciolare

fare picciolo

 

umiliare

avvilire

L’evoluzione dei traducenti di exinanio e exinanitio nel volgarizzamento A evidenzia una grammatica del tradurre in costruzione, che è soggetta a dinamiche contrastanti, non lineari, che sono probabilmente da ricondurre al livello culturale modesto del volgarizzatore. Se per penuria, il prestito inerziale aveva rappresentato il punto di partenza, in questo caso la dinamica è in parte opposta: l’accoglimento del latinismo “forte” ma mediato attraverso l’equivalente volgare è il punto di arrivo, mentre il punto di partenza è costituito da un latinismo “debole” (in senso relativo) come annichilare.

Proprio il riconoscimento di una dinamica simile è la condizione per l’emendamento congetturale eçinanissione in lxxxib.18 a fronte della lezione eçaminassione del Ricc. 1346. Anche se a rigore la corruttela potrebbe risalire anche alla tradizione latina a causa di una banalizzazione examinatio in luogo di exinanitio, la traduzione del lemma con menimamento in lxiii.6 e soprattutto la glossa tu t’exinanisti, ciò è ti facesti picciulo in cviii.31 suggeriscono in questo caso che il volgarizzatore avesse il pieno controllo delle proprie risorse lessicali21.

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_______________________________

* Opera del Vocabolario Italiano (CNR). Via di Castello 46, 50141 Firenze, Italia. ORCID: https://orcid.org/0000-0003-0002-3782. Mail: dotto@ovi.cnr.it

1 Cfr. Dotto et al., 2021. L’edizione non si configura come una trascrizione del codice, ma come un’edizione critica del volgarizzamento A secondo l’It. 115, pur all’interno di uno studio monografico del manoscritto. Essa è stata curata da un’équipe formata da Péter Ertl, Dávid Falvay, Eszter Konrád, Federico Rossi, Ditta Szemere, oltre che da chi scrive.

2 Per la ricostruzione del dibattito critico, cfr. Rossi, 2020, pp. 320-322 e Falvay, 2021, pp. 31-39.

3 L’individuazione dei due nuovi testimoni si deve a Rossi, 2020. Il Canoniciano it. 214 occupa un ruolo marginale perché testimonia soltanto il capitolo xlv, peraltro assente nel Ricc. 1346 (cfr. § 2).

4 Per i criteri di emendamento, cfr. Dotto et al., 2021, pp. 99-101; per una rassegna delle lezioni conservative del Ricc. 1346, cfr. Rossi, 2021a, pp. 51-53.

5 La numerazione dei capitoli si riferisce all’edizione latina che assumo come riferimento anche per le citazioni, salvo diverso avviso (Stallings-Taney, 1997); rispetto all’edizione Peltier (1868), si tratta dei capitoli lxxxv-c.

6 Cfr. Dotto, Rossi, 2022-2023.

7 Per la descrizione paleografica e codicologica, cfr. Bischetti, Colozza, 2021, pp. 56-60; per la descrizione grafica e fonomorfologica delle diverse mani, con una proposta di datazione su base linguistica, cfr. Rossi, 2021b, pp. 78-80.

8 È il giudizio di Carlo Delcorno nella presentazione del volume (cfr. Dalla Riva, 1982, p. v).

9 Per queste note rinvio al contributo di Federico Rossi in questa sede.

10 Per le parti testimoniate dall’It. 115, cito da Dotto et al., 2021, per quelle dal Ricc. 1346 da Dotto, Rossi, 2022-2023. Le citazioni sono per capitolo e paragrafo.

11 Per lo scioglimento delle abbreviazioni usate qui e in seguito nelle citazioni dei testi del Corpus OVI, faccio riferimento alla BTV. Bibliografia dei Testi Volgari, consultabile all’indirizzo http://pluto.ovi.cnr.it/btv/.

12 L’inserzione di grande senza la presenza di magna o maxima nel modello latino è un fenomeno ricorrente, come si ricava sia per grande povertà in (a), sia in (b.1) e (b.2), a dimostrazione del fatto che alla parola penuria era associato di norma un grado estremo di scarsità.

13 La voce del TLIO risale al 2020 e questa è la ragione per cui non sono schedati alcuni esempi utili, come per es. la prima attestazione risalente proprio al volgarizzamento A delle MvC.

14 Cfr. Brambilla, 2010, pp. 118-123, 140-146.

15 Si tratta di una strategia traduttiva comune, già incontrata in un volgarizzatore raffinato come Alberto della Piagentina, che nella sua traduzione del De consolatione philosophiae di Boezio rende à rebours il lat. penuria con inopia (a) (per la marcatezza di inopia, cfr. TLIO s.v.).

16 La prima delle tre occorrenze non proviene dal Corpus OVI, ma dal Corpus LirIO, per cui cfr. Polezzo Susto 1961.

17 Cfr. TLIO s.v. disagio e Cella, 2003, pp. 312-315 per una discussione sulla trafila etimologica di agio.

18 Per il confronto con il latino, cito in questo caso da Peltier, 1868, p. 566a.

19 Cfr. TLL s.v. exinanio 3.

20 Non importano invece le attestazioni reperibili grazie al Corpus LatVolg in cui exinanio è riconducibile ai significati del latino classico ‘vuotare’ e ‘distruggere’: per es. Albertano volg., 1275 (fior.): Et confundet te in cibis suis, donec te exinaniat bis et ter > Et co(n)fondeti neli suoi cibi tanto k’elli ti voti due volte (e) tre; Bono Giamboni, Orosio, a. 1292 (fior.): namque eam a Lacedaemoniis exinanitam Lacedaemoniorum praedis repleuit > E per quelli di Lacedemonia recata al neente, di loro ornamenti e ricchezze la riempieo; De regno volg., XIII ex. (aret.): exinanita membra uel inordinate tumentia > li menbri voiti overo infiati d’infermitade.

21 Occorre notare che in lxiii.6 il significato non è quello religioso-teologico riferito alla riduzione di Cristo alla natura umana, ma quello generico di ‘riduzione’, ‘diminuzione’: Ingratitudo inimica est animae, exinanitio meritorum, uirtutum dispersio, bonorum perditio > La ingratitudine è nimica dell’anima, menimamento di meriti, dispergimento de le vertude, perdimento dei beni.